27.2.15

Filetto di manzo con cipolle e patate duchessa


La vendemmia a casa dei miei nonni materni è stata per molti anni un appuntamento fisso della mia infanzia. Insieme alle nostre cugine, mia sorella ed io scorrazzavamo in su e giù per le vigne, portavamo rifornimenti agli adulti e cercavamo di aiutarli con le nostre forbicine rosse e blu. Dai parenti dalla parte paterna, la vendemmia era una cosa ancor più seria, non c’erano le cugine con cui distrarmi e così me ne stavo tutto il giorno tra i “grandi” a raccogliere uva e ad ascoltare aneddoti e ricordi di cose passate. Quell’uva poi si trasformava nel vino che compariva ogni sera sulla nostra tavola. Un vino rustico, contadino, dal sapore schietto e robusto.  
Il modo in cui Diletta ci ha presentato i vini delle cantine Natale Gini, mi ha fatto ripensare a tutte queste cose qua e mi ha fatto riflettere su quanto il vino sia legato al territorio e alla sua storia. Un vino racconta la cultura e le tradizioni del luogo in cui viene prodotto e dietro ad ogni bottiglia c’è una storia da raccontare. Stavolta abbiamo cercato di raccontare uno dei vini che Diletta ci ha proposto nel modo in cui lo sappiamo fare meglio, attraverso una ricetta. Abbiamo scelto un qualcosa che potesse esaltare il gusto armonico e il profumo del Cabernet Sauvignon delle cantine Natale Gini. Si tratta di un vino ottenuto da uve Cabernet Sauvignon, uno dei vitigni internazionali più diffusi al mondo, in grado di adattarsi ad una grande varietà di condizioni climatiche. Pur mantenendo le sue caratteristiche, questo vitigno riesce allo stesso tempo ad acquistare le caratteristiche del territorio dove viene coltivato. Viene vinificato a temperatura controllata con macerazione delle bucce di 10 giorni e affinato per 12 mesi in vasca e 4 mesi in bottiglia. Ideale per accompagnare carni rosse o bianche, pollame ma anche formaggi a pasta dura.
Per questo lo abbiamo accompagnato a delle fette di campanello in tegame con le cipolle e la maggiorana. Un secondo piatto semplice, caratterizzato però da sapori forti e decisi. Per accompagnare la carne, abbiamo preparato delle patate duchessa, contorno di origine francese veloce da preparare e molto scenografico. 

24.2.15

Baci


“Non c’è contatto di mucosa con mucosa eppur mi infetto di te” Marlene Kuntz

“In quel bacio,saprai tutto quello che è stato taciuto” P. Neruda

La superficie del mare rifletteva l’alone biancastro della luna piena e le luci del piccolo bar sulla spiaggia. L’asciugamano li proteggeva dalla calda umidità della sabbia. Poco più in là, altri gruppi di ragazzi approfittavano dell’aria salmastra e della solitudine della spiaggia.
Avevano trascorso una settimana insieme quasi per caso. Si erano isolati da tutti gli altri, tra fiumi di parole e frasi non dette, risate e lunghi silenzi. La brezza delle sette, li trovava ancora davanti al mare mentre i loro amici se ne stavano a sguazzo nella piscina del campeggio.
Quella sera, il vino della cena li aveva resi silenziosi, due corpi immersi in un unico pensiero. Il bacio arrivò all’improvviso, riempiendo quel silenzio più di mille parole.




Questa storia è nata dopo aver scelto le due frasi da accompagnare ai nostri baci, una di Neruda e l’altra tratta dalla canzone dei Marlene Kuntz “Lacanzone che scrivo per te”. Stavolta per la sfida dell’mtchallenge ci era stato chiesto di reinterpretare questi famosi cioccolatini e di accompagnarli, come da tradizione, da con una frase in tema. Qui ci siamo fatte prendere la mano, ci è scappata pure una storia inventata, ma solo a metà. Questi baci sono dedicati proprio a quei due ventenni di qualche anno fa, protagonisti della storia.

Un bacio leggermente salato ed uno alcolico e profumato avvolti in un guscio di cioccolato fondente, sono stati scelti per la sfida proposta da Annarita. La vera sfida, almeno per noi è stato il temperaggio del cioccolato. Ci eravamo già cimentate nella produzione di cioccolatini, utilizzando il metodo per inseminazione, così stavolta abbiamo voluto provare a temperarlo utilizzando il piano di marmo. L’aspetto magari può ingannare, non sono venuti perfetti, ma per quanto riguarda il gusto, hanno superato di gran lunga le aspettative.



19.2.15

Ragù di coniglio e un vino delle mie colline


Il sugo di mamma e il tocco dello chef. Questa ricetta è in ponte da quasi un anno, da quando questa estate ho partecipato alla Cena con Bacco ai piedi della Villa Medicea di Cerreto Guidi a cura dello chef Stefano Pinciaroli. Tra i piatti proposti il ragù di coniglio, prugne e pistacchi mi era piaciuto molto e in me era nata subito la voglia di riproporlo.
L’occasione si è presentata solo adesso. A differenza di quello provato lo scorso luglio non ci sono i pistacchi, ma le prugne secche sì, ed è fatto secondo il rigoroso procedimento della mammaIl segreto di questo sugo è la cottura lenta, il fuoco deve essere al minimo e deve essere lasciato sobbollire piano piano. Il coniglio deve essere messo a pezzi, ossa comprese. La carne viene poi tagliata a coltello, verso fine cottura, quando inizia a staccarsi dalle ossa. Questo è il procedimento che ho imparato da mia mamma, a cui ho aggiunto il tocco dello chef, unendo le prugne secche a fine cottura.


A questo piatto così legato al territorio in cui vivo, ho trovato naturale abbinare un chianti delle “mie” colline. Il vino è il Santo Spirito delle Cantine Natale Gini, realtà che ho potuto conoscere meglio grazie a Diletta, la loro addetta stampa e PR. Oltre all'assaggio di vini, Chiara ed io, abbiamo avuto il piacere di visitare sia il luogo in cui l'uva nasce, il vigneto situato a San miniato in località Sant'Angelo, sia la cantina dove viene lavorato, e dove avviene anche la vendita diretta. I vigneti che si estendono nel territorio pisano, sono vigne a solatìo con pendenze di circa 300 mt slm, caratterizzate da un terreno ideale per la produzione vinicola, grazie anche alla presenza dei "nicchi" ovvero resti fossili costituiti da carbonato di calcio. La composizione del terreno contribuisce all'ottenimento di un vino con una buona alcolicità naturale, un corpo consistente ma allo stesso tempo etereo e fine. 



L’azienda vinicola guidata oggi da Lorenzo Gini, pronipote del fondatore, cerca di unire la tradizione con l’innovazione. I loro vini nascono dalle colline di Cerreto Guidi, Vinci e San Miniato. Il Santo Spirito è un vino chianti DOCG ottenuto da uve sangiovese di toscana (95%) e canaiolo (5%), vinificato in acciaio a temperatura controllata con macerazione delle uve di una settimana e affinato quattro mesi in vasca e tre mesi in bottiglia. Si tratta di un prodotto che omaggia la tradizione del vino toscano, caratterizzato da un sapore ed aroma intenso, un vino armonico con una buona corposità. E' un prodotto che si sposa bene con le carni, la pasta al sugo, formaggi e salumi. Un vino adatto soprattutto alle portare di apertura.

17.2.15

Frittelle dell'imperatore


Ci siamo rese conto che in tutti questi anni di blog, il carnevale è sempre passato inosservato da queste parti. Nessuna ricetta di cenci, castagnole o altri dolci carnevaleschi. Il blog rispecchia un po' quello che succede nella nostra cucina: la mamma dopo aver provato a cimentarsi con i fritti di carnevale ha abbandonato gli esperimenti e noi, per evitare clamorosi flop abbiamo seguito le sue stesse orme. La tradizione dolce quindi a casa della cucina spontanea non esiste, solo polpette e patatine per il nostro martedì grasso. Sempre di fritto si tratta e quelle si che le vengono bene. Slegate da qualsiasi tradizione, abbiamo deciso di rispolverare dei dolci carnevaleschi un po' meno noti dei classici cenci. Le frittelle dell'imperatore, ricetta di origine medievale, ci sono capitate per le mani grazie ad un vecchio numero di sale e pepe. Sembra che il loro nome derivi dal colore dorato che assumono una volta cotte quello delle monete d’oro e dei gioielli da imperatore. Si tratta di morbide frittelle di ricotta e pinoli, alle quali abbiamo aggiunto un sentore di arancia che le rende profumate e ancora più buone. Da mangiare calde e cosparse di zucchero semolato.



13.2.15

Pizzette pronte in 20 minuti


Forse il nome che gli avevo dato non era di suo gradimento. In effetti “crosta” non è un nome molto carino, nemmeno per un panetto di pasta madre.   
Così mi ripagava con prodotti dai sentori leggermente acidi e tutto fuorché soffici. Compravo libri sul tema, spulciavo blog e forum, ma io e la mia pasta madre non andavamo proprio d’accordo.
Alla fine ha deciso di abbandonarmi e terminare una storia d’amore mai iniziata.
Anche il lievito di birra non mi è mai piaciuto un granché o forse sono io che non gli vado a genio: ho sfornato panini che sembravano sassi e per non sbagliare delego la questione “pizza” all’uomo di casa.
La testardaggine però spesso ha la meglio e dopo un corso base sul pane fatto in casa, adesso mi ritrovo un nuovo lievito nel frigo e tutta una serie di farine di grani antichi nella dispensa.
Il sapore acido dei miei primi esperimenti non è più riapparso, ma la strada sembra essere ancora lunga. Non c’è niente da fare tra me e i lievitati non c’è un buon feeling, allora io cerco di fregarli, preparando cose dove la lievitazione proprio non serve. Aggiro il problema con queste pizzette che in mezz’ora sono pronte per essere mangiate. La ricetta proviene dal blog di Labna, l’impasto è super veloce e non necessita di particolari cure. Noi le abbiamo preparate rosse, con un po’ di pomodoro e origano e bianche aromatizzate con dello za’atar, ma ci si può sbizzarrire con i condimenti più svariati.